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Pensées - Blaise Pascal
"Descrizione"
by Fillp (3521 pt)
2026-Jan-24 09:48

Review Consensus: 7 Rating: 7 Number of users: 1
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Recensione di “Pensieri” (Blaise Pascal)

L'edizione originale è del 1669, qualche anno dopo la morte di questo personaggio eclettico e geniale : matematico, scienziato, filosofo, uomo di mondo e asceta.

Pascal è una delle figure più complesse della letteratura e, benchè siano passati secoli, la lettura di questo libro è ancora affascinante.

Che si condividano o no le sue idee sulla religione, il percorso del libro mette a nudo l'uomo, la sua vanità, il suo modo di essere e ci costringono a pensare, a confrontarci.

Leggere i Pensieri di Pascal significa entrare in un laboratorio mentale in piena attività. Non è un libro “composto”, nel senso ordinato e rassicurante del termine: è una raccolta di frammenti, appunti, affondi, intuizioni che conservano la vitalità di un testo non definitivo. E proprio per questo, paradossalmente, è uno dei libri più vivi della modernità. Pascal non costruisce un sistema: scava. Non argomenta per accumulo erudito: colpisce con precisione, spesso con una frase sola.

La prima cosa che colpisce è la varietà del registro. Pascal è al tempo stesso moralista, filosofo, teologo, psicologo ante litteram. Passa dal ragionamento quasi geometrico alla folgorazione aforistica, dalla polemica contro la vanità del mondo a una tenerezza improvvisa per la fragilità umana. Il lettore si trova davanti a una mente che pensa con urgenza, come se ogni osservazione fosse una questione di vita o di morte. Non c’è mai compiacimento stilistico fine a sé stesso: anche quando la frase è perfetta, lo è perché serve a ferire o a illuminare.

Il tema centrale è l’uomo, visto però senza indulgenza. Pascal ha una visione dell’essere umano che non concede molto alla retorica della dignità naturale: l’uomo è contraddizione, grandezza e miseria insieme. Capace di pensare l’infinito e insieme schiavo di piccoli desideri. Capace di slanci e insieme prigioniero del “divertissement”, cioè di tutto ciò che usa per distrarsi dal vuoto, dalla paura, dalla consapevolezza della propria finitudine. In questa idea del divertimento, Pascal è sorprendentemente contemporaneo: non parla solo dei giochi o degli svaghi del suo tempo, ma di un meccanismo universale, il bisogno di rumore per non ascoltare il silenzio interiore.

C’è nei Pensieri una lucidità quasi spietata verso l’autoinganno. Pascal osserva come l’uomo costruisca continuamente narrazioni per sentirsi al sicuro: reputazione, potere, mondanità, abitudini, opinioni ereditate. E smonta tutto con un realismo che non è cinismo, perché dietro la critica non c’è gusto per la demolizione, ma l’idea che solo la verità, anche se scomoda, sia una via d’uscita. È una forma di severità che non nasce dall’orgoglio, ma da un senso tragico dell’esistenza.

Naturalmente, i Pensieri sono anche un testo di apologetica cristiana: Pascal scrive con l’intenzione di difendere la fede e di mostrare la condizione umana come bisognosa di Dio. Tuttavia il libro non è interessante soltanto per chi condivide quella prospettiva religiosa. Il punto è che Pascal non tratta la fede come un ornamento consolatorio: la tratta come una questione che attraversa la ragione, la sofferenza, il desiderio di senso. Ed è qui che il testo diventa stimolante anche per un lettore laico: perché Pascal non semplifica, non promette serenità facile, non riduce l’esperienza religiosa a moralismo. La mette in relazione con la frattura interna dell’uomo.

Un altro elemento fondamentale è il rapporto tra ragione e limite. Pascal è un genio matematico e scientifico, e proprio per questo non idolatra la ragione: la conosce troppo bene. Sa cosa può fare, e soprattutto cosa non può fare. La sua celebre intuizione secondo cui “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce” non è un invito al sentimentalismo, ma un modo per dire che l’uomo non è riducibile a un calcolo. Esistono livelli dell’esperienza — l’amore, il terrore, la grazia, l’intuizione morale — che sfuggono alla dimostrazione e tuttavia orientano la vita.

Il fatto che l’opera sia frammentaria non è un difetto, ma un modo di lettura. Non si entra nei Pensieri come in un romanzo o in un trattato: ci si entra per soste, per ritorni. Alcuni passaggi sembrano parlare direttamente al presente, altri restano più legati al contesto polemico del Seicento; ma anche quando il bersaglio storico si allontana, la qualità dello sguardo resta impressionante. È uno di quei libri che non si “finiscono” davvero: si attraversano, e poi si riprendono anni dopo con un’esperienza diversa, trovandovi un altro volto.

In definitiva, Pensieri è un classico non perché appartiene alla tradizione, ma perché continua a mettere in crisi il lettore. Non offre pacificazione: offre chiarimento. È un testo che costringe a misurarsi con la propria inquietudine, con le proprie strategie di fuga, con la propria necessità di senso. Pascal non è accomodante, e non vuole esserlo. Ma proprio questa sua durezza, unita a una straordinaria finezza intellettuale, rende il libro uno dei più potenti specchi della condizione umana.

Consigliato a chi non cerca letture “consolanti”, ma libri che fanno lavorare la mente e allo stesso tempo toccano il nervo più scoperto dell’esistenza. Pascal non seduce: interroga. E l’interrogazione, una volta cominciata, difficilmente si chiude.

Evaluate