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The Hobbit - J.R.R. Tolkien
"Descrizione"
by AColumn (9431 pt)
2026-Jan-24 10:53

Recensione di “Lo Hobbit” (J. R. R. Tolkien)

Lo Hobbit è uno di quei libri che riescono nell’impresa rara di essere, allo stesso tempo, un romanzo d’avventura perfettamente leggibile in sé e una soglia d’ingresso verso un universo narrativo molto più vasto. È un classico che conserva un doppio volto: da un lato la leggerezza fiabesca e il tono quasi confidenziale del racconto per ragazzi, dall’altro una solidità di mondo, di storia e di lingua che già annuncia la grande architettura del Signore degli Anelli. E proprio questa duplicità è una delle sue qualità principali.

La trama è semplice e irresistibile: Bilbo Baggins, hobbit tranquillo e abitudinario, viene trascinato fuori dalla propria casa e dalle proprie certezze da una compagnia di nani guidata da Thorin Scudodiquercia e dal mago Gandalf. L’obiettivo è ambizioso e pericoloso: riconquistare un tesoro sottratto da Smaug, un drago che incarna insieme la minaccia fisica e l’avidità come malattia. Bilbo parte controvoglia, quasi per errore, e proprio in questo sta la forza del romanzo: l’avventura comincia non con un eroe pronto alla gloria, ma con un uomo piccolo, prudente, che non desidera affatto diventare protagonista.

Il percorso di Bilbo è una delle più riuscite storie di formazione “silenziosa” della letteratura fantastica. Tolkien non lo trasforma in un guerriero invincibile, né in un personaggio improvvisamente grandioso. Bilbo resta Bilbo: intelligente, prudente, dotato di un coraggio che non nasce dall’assenza di paura, ma dalla capacità di agire nonostante la paura. È un eroismo domestico, concreto, quasi anti-retorico. Ed è per questo che funziona: Bilbo non conquista la propria identità attraverso la forza, ma attraverso l’ingegno, la pazienza, la capacità di osservare e di capire gli altri.

L’avventura è scandita da episodi memorabili, spesso costruiti come prove iniziatiche: incontri con troll, goblin, ragni, elfi, uomini e creature che sembrano emergere da un folklore antico e allo stesso tempo perfettamente narrativo. Ogni tappa ha un sapore diverso, e Tolkien possiede un talento particolare nel rendere ogni “capitolo” una piccola storia autosufficiente, senza perdere la continuità del viaggio. La narrazione ha ritmo, varietà, e una chiarezza quasi musicale.

Uno dei momenti più celebri — e più importanti in retrospettiva — è l’incontro con Gollum. Qui il romanzo, per un attimo, si fa più scuro. La famosa partita di indovinelli non è soltanto un esercizio di stile o una pausa intelligente nell’azione: è un punto di svolta simbolico. Bilbo trova l’Anello, e con esso entra in scena un elemento che travalica Lo Hobbit e apre il varco verso l’epica successiva. È notevole come Tolkien riesca a inserire un oggetto così carico di futuro in un libro che, in apparenza, procede ancora nel registro della fiaba.

Ma Lo Hobbit non è soltanto un viaggio con mostri e pericoli. È anche un libro che parla di desiderio, e soprattutto di avidità. Smaug non è “solo” un drago: è la forma visibile di una malattia morale. E la montagna con il tesoro non è soltanto una meta: è una tentazione. Tolkien mostra molto bene come la ricchezza possa deformare il carattere, come l’ossessione per il possesso possa spezzare alleanze e amicizie, e come la vittoria possa diventare amara se ciò che si conquista non viene più governato con misura.

In questo senso il romanzo ha una maturità sorprendente. Pur mantenendo un tono spesso ironico e leggero, Tolkien non semplifica davvero la natura umana. Anche tra i “buoni” ci sono errori, orgogli, rigidità. Thorin, per esempio, non è un capo idealizzato: è nobile e testardo, generoso e ossessionato, capace di grandezza e di rovina interiore. E proprio questa complessità aggiunge spessore al racconto.

Dal punto di vista della scrittura, Tolkien ha un dono particolare: racconta come se ci stesse parlando, ma sotto quella voce familiare si avverte un lavoro accurato. Le descrizioni sono precise senza essere pesanti, i dialoghi sono vivaci, le canzoni e i versi (quando presenti) contribuiscono al senso di un mondo che ha radici culturali profonde. Anche il linguaggio ha una sua “storia”: ogni popolo, ogni ambiente, ogni creatura sembra appartenere a una tradizione più ampia, come se il romanzo fosse soltanto una finestra aperta su un continente narrativo già esistente.

In definitiva, Lo Hobbit è un libro che non invecchia perché possiede un equilibrio raro: è avventuroso ma non superficiale, fiabesco ma non ingenuo, semplice ma non povero. Si può leggere da ragazzi con entusiasmo puro, e si può rileggere da adulti trovandoci una saggezza più profonda: l’idea che la grandezza spesso nasce da persone piccole, che il coraggio non ha bisogno di clamore, e che la casa, quando la si perde e la si ritrova, non è mai più esattamente la stessa.

Consigliato a chi ama la narrativa fantastica, ma soprattutto a chi cerca un’avventura che sia anche un racconto di trasformazione. Tolkien non offre solo un viaggio verso una montagna: offre il viaggio di un carattere, e lo fa con una naturalezza che è la vera magia del libro.

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