| "Descrizione" by AColumn (9431 pt) | 2026-Jan-24 09:43 |
Recensione di “Candido” (Voltaire)
Càndido è uno di quei libri che, pur essendo relativamente breve, lascia dietro di sé una scia lunga: non tanto per la trama in sé, quanto per la precisione chirurgica con cui Voltaire usa la narrazione come un’arma. È un romanzo che finge di essere una favola filosofica, quasi un racconto d’avventure, ma che in realtà è una macchina satirica perfettamente calibrata, costruita per smontare illusioni, ottimismi comodi e consolazioni intellettuali.

L’idea di partenza è nota: Candido, giovane ingenuo e “ben disposto”, cresce dentro un sistema di pensiero che gli viene presentato come una verità elegante e rassicurante, in particolare attraverso la filosofia dell’ottimismo. Il mondo sarebbe “il migliore dei mondi possibili” e ogni male avrebbe un posto, un senso, una giustificazione superiore. Voltaire prende questo principio e lo espone non con una confutazione teorica, ma con la pratica più brutale: la vita. E la vita, nel romanzo, è un catalogo quasi inesauribile di disastri, atrocità, soprusi, catastrofi naturali e umane.
Il ritmo con cui questi eventi si susseguono è impressionante. Voltaire non indugia, non si compiace del dolore, non costruisce “scene madri” come farebbe un romanziere realistico. Anzi: l’accelerazione continua è parte della sua strategia. La tragedia diventa quasi un’unità di misura, un episodio dopo l’altro, fino a produrre nel lettore un effetto ambivalente: si ride, ma si ride male. È una risata nervosa, spesso incredula, perché ciò che viene raccontato è assurdo, eppure riconoscibile. È la violenza del mondo resa ancora più feroce dal tono apparentemente leggero con cui viene messa in scena.
Il protagonista è deliberatamente “vuoto” in senso psicologico: Candido è un recipiente, una superficie su cui gli urti della realtà imprimono segni sempre più netti. Non è un eroe, non è un ribelle, non è un grande carattere: è la rappresentazione dell’uomo comune quando la teoria viene costretta a fare i conti con la storia e con la crudeltà. Proprio per questo funziona. La sua ingenuità non è solo comica: è tragica. È lo stato mentale di chi ha bisogno di credere che tutto abbia un senso, anche quando il senso non si vede e forse non c’è.
Attorno a lui ruotano figure che sembrano uscite da un teatro satirico, e in parte lo sono: Pangloss, soprattutto, è la caricatura vivente del filosofo che trasforma ogni rovina in un esercizio retorico. Ma Voltaire non si limita a deridere: mostra il prezzo umano delle idee quando diventano dogmi, quando sostituiscono la compassione con il ragionamento automatico. Allo stesso modo, il romanzo colpisce in più direzioni: potere politico, religione, fanatismo, guerra, colonialismo, avidità, giustizia corrotta. È una critica totale, ma mai generica: ogni bersaglio è colpito con esempi concreti, spesso spietatamente comici.

Un capitolo come quello di Eldorado, ad esempio, non è solo una parentesi esotica: è il momento in cui il romanzo mostra che una società “ragionevole” sarebbe possibile, e proprio per questo la scelta di abbandonarla pesa come un’accusa. Candido non se ne va perché Eldorado è imperfetto: se ne va perché l’uomo, anche quando intravede la felicità, resta prigioniero di desideri, ambizioni e ossessioni. Voltaire sembra suggerire che l’infelicità non è soltanto un fatto esterno (la violenza del mondo), ma anche una struttura interna: l’insaziabilità, l’idea fissa, la speranza cieca che altrove sia tutto migliore.
E poi c’è il finale, celebre e spesso citato, che in realtà è meno consolatorio di quanto possa sembrare. “Coltivare il proprio giardino” non è un invito alla fuga dalla realtà in senso piccolo-borghese, come a volte si interpreta superficialmente. È, piuttosto, una risposta asciutta e pragmatica al fallimento delle grandi spiegazioni: se il mondo non è razionale, se la storia è piena di atrocità, se la metafisica non basta, allora ciò che resta è un’etica del fare, del lavoro, del limite. Non “la soluzione” al male, ma un modo di non esserne divorati.
Càndido è un libro lucidissimo e, in qualche modo, modernissimo. La sua forza sta nell’essere leggibile con semplicità e insieme inesauribile. Può essere letto come una farsa filosofica, come un viaggio picaresco, come una satira politica, come un manuale contro l’autoinganno. E in tutte queste letture continua a funzionare.
Consigliato non solo a chi ama i classici, ma a chi vuole un testo che non invecchia perché non si limita a descrivere un’epoca: descrive un meccanismo umano. L’illusione, la giustificazione, la comodità delle idee, e quel momento in cui la realtà le smentisce senza nemmeno alzare la voce. Voltaire, invece, la voce la alza eccome: ma lo fa ridendo, e il lettore si ritrova a ridere con lui, spesso contro se stesso.
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